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Nicolina Giagheddu, madre dell’assassino di Cinzia Pinna, denuncia il marito per 30 anni di maltrattamenti: «Lo faccio per rendere giustizia a tutte le donne, affinché l’ennesimo uomo violento paghi per le sue colpe»

Postato da il 10 Settembre 2026

Nicolina Giagheddu vive un momento di enorme dolore. Ha 65 anni, è passato un anno da quando la notte dell’11 settembre il figlio Emanuele Ragnedda ha ucciso Cinzia Pinna, una ragazza che aveva appena incontrato. Dopo un diverbio le ha sparato tre colpi di pistola sul viso e ha gettato il suo corpo tra i rovi della tenuta vinicola di famiglia, tra Palau e Arzachena. L’hanno trovata solo dopo 12 giorni, quando il figlio di Nicolina è crollato, ha confessato di averla uccisa, ha raccontato dov’era.

Come tutte le tragedie, anche questa storia racconta il dolore di tanti. Tra loro c’è anche la madre di Emanuele, che il 12 settembre scorso si è svegliata senza sapere che una ragazza era morta sulla sua terra, uccisa dal figlio. Da allora è passato un anno, il prossimo 10 novembre 2026 davanti alla Corte d’Assise di Sassari Emanuele Ragnedda andrà a processo per omicidio volontario aggravato dalla crudeltà, dai motivi abietti e della sevizie, per occultamento di cadavere, calunnia e cessione di cocaina.

Oggi la risposta di Nicolina Giagheddu a quanto è successo è la «ribellione». Lo spiega nella dichiarazione rilasciata a Vanity Fair: «Ho avuto un moto di ribellione», scrive, raccontando la sua decisione di denunciare per maltrattamenti il marito: 12 pagine depositate in procura a Tempio Pausania in cui racconta 30 anni di violenza, iniziati subito dopo il matrimonio, come fosse tragico modus vivendi, fatto di botte, di umiliazioni, sottomissione, minacce di morte, fatte con la pistola in mano. Trent’anni di abusi che ha raccontato in un’intervista a Repubblica.

La sua è la scelta di non ignorare più quello che è successo, di dare voce alla morte di Cinzia Pinna, per ribellarsi a una storia di violenza, che dal marito è passata al figlio. In psicologia la chiamano «maledizione famigliare», quella coazione alla ripetizione di traumi e comportamenti disfunzionali che si passa di generazione in generazione. Nicolina la vuole interrompere, «per rendere giustizia a tutte le donne che hanno subito maltrattamenti e sono state uccise» e «affinché l’ennesimo uomo violento paghi per le sue colpe».

Cinzia era una ragazza di 32 anni di Castelsardo, lavorava come stagionale a Palau, quella sera era uscita con le amiche, aveva girato in qualche locale. Poi una videocamera la vede salire sull’auto di Emanuele in stato di confusione, e di lei si perdono le tracce. Morirà a Conca Entosa, la tenuta vinicola dove l’ha portata Emanuele, ma di proprietà proprio di Nicolina, ereditata tra il vento e le rocce galluresi dalla sua famiglia. Quella stessa tenuta che ora Nicolina Giagheddu, assistita dalle sue avvocate, vuole vendere per risarcire la famiglia di Cinzia, pur sapendo che il suo gesto rimarrà solo un gesto, che la sua ribellione arriva dopo una tragedia, ma che comunque è la strada da prendere.

Ecco il suo messaggio: «Ho denunciato e ho avuto un moto di ribellione di fronte ad una vita spezzata da colui a cui io stessa ho dato la vita. Per me è un momento di profondo dolore. Ho denunciato mio marito anche per rendere giustizia a tutte le donne che hanno subito maltrattamenti e sono state uccise come Cinzia Pinna. Mi sono rivolta all’autorità giudiziaria affinché l’ennesimo uomo violento paghi per le sue colpe».




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Nicolina Giagheddu, madre dell’assassino di Cinzia Pinna, denuncia il marito per 30 anni di maltrattamenti: «Lo faccio per rendere giustizia a tutte le donne, affinché l’ennesimo uomo violento paghi per le sue colpe»

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