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Il woke in Italia? Magari!

Postato da il 8 Settembre 2026

Quest’anno il tormentone estivo non è stato un pezzo reggaeton ma la parola woke, in  varie versioni dei concetti: «la fine del woke», «il dibattito sul woke», «gli eccessi del woke». Tutto comincia, come sempre, in America. Durante un’intervista della deputata Alexandria Ocasio-Cortez, la rappresentante dello Stato di New York, da anni stella nascente nonché unica speranza o quasi del Partito Democratico nota con le iniziali AOC. AOC, dice: «Yeah, woke one was crazy!». Cioè: la prima fase dell’era woke è stata folle. Un modo facile per cavarsela, ora che punta alla presidenza, rispetto a un posizionamento «troppo a sinistra» e una politica troppo basata su temi identitari. E un modo furbo di gestire domande scomode su fenomeni che in America sono stati molto reali: la cancel culture, la censura di idee e opinioni «problematiche», e cioè considerate in certi ambiti, intellettuali e no, non abbastanza liberal e progressiste. La parola woke vuol dire sveglio o risvegliato, consapevole (sempre meglio non prendere in prestito il linguaggio delle sette) ed è stata utilizzata per intendere persone che si erano rese conto di alcuni pregiudizi strutturali, ingiustizie sistemiche riguardo ai temi di razza, classe, genere, orientamento sessuale. Ci sono automatismi mentali – che abbiamo tutti in certa misura – che portano inavvertitamente a pensieri razzisti, sessisti o omofobi, da cui dovremmo appunto risvegliarci. In America il woke ha portato a un interessante dibattito pubblico, a un’evoluzione del linguaggio, ma anche ai soliti eccessi. Finché non è diventato un termine usato dispregiativamente dai conservatori per alludere a presunte o reali intolleranze della sinistra. Da noi, come sempre, dagli Usa ci siamo presi il peggio: compiaciuti e sgangherati sfottò al «politicamente corretto» – che magari avessimo praticato davvero – e nessun significativo cambiamento nell’uso di linguaggi e pratiche razziste, misogine o offensive verso gruppi di persone.

Questo articolo è pubblicato sul numero 38 di Vanity Fair in edicola fino al 15 settembre 2026

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