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Sei cose per cui dobbiamo ringraziare Gloria Steinem

Postato da il 5 Settembre 2026

In ogni attività che abbia mai intrapreso, infatti, si è sempre circondata di una rete di donne. Alla fine degli anni Sessanta fondò con Dorothy Pitman Hughes e Patricia Carbine, la rivista femminista Ms. Magazine.

Nel 1971 Steinem fu tra le fondatrici del National Women’s Political Caucus insieme a Bella Abzug, Shirley Chisholm e Betty Friedan, con le quali si batté per l’approvazione del Equal Rights Amendment, una proposta di emendamento che chiedeva l’inserimento (poi mai avvenuto) nella Costituzione americana della garanzia della parità di diritti legali a tutti i cittadini indipendentemente dal sesso.

Contemporaneamente nel 1967 diede poi vita ai Talking Circles, circoli di discussione all’insegna della sorellanza, organizzati nella sua abitazione, attivi fino a pochi giorni fa, in cui insieme a molte donne dibatteva regolarmente di varie tematiche.

L’aborto come diritto inalienabile

Se oggi parliamo di libertà riproduttiva lo dobbiamo in gran parte a lei. Fu Gloria Steinem, infatti, a coniare questo termine nell’articolo After Black Power, Women’s Liberation, pubblicato dopo aver incontrato le donne del Greenwich Village.

Da quel momento che definì illuminante, decise di battersi per il diritto all’aborto, che allora come oggi negli Stati Uniti è fortemente ostacolato, partendo dalla sua esperienza. A 22 anni si trovava a Londra quando scoprì di essere incinta e decise di interrompere la gravidanza. Allora la pratica nel Regno Unito era ancora illegale, a meno che la salute mentale o fisica della donna non fossero in pericolo. Steinem però incontro un medico che decise di aiutarla e che, come ha ricordato lei stessa in molte occasione, le disse: «Devi promettermi due cose. Primo, non dirai a nessuno il mio nome. Secondo, farai quello che vuoi della tua vita».

Promesse mantenute in parte, visto che quasi 60 anni dopo, dedicò proprio a quel medico, John Sharpe, la sua autobiografia.

La lotta per l’equo compenso delle donne sul lavoro

L’articolo che diede a Gloria Steinem la prima vera fama giornalistica fu A Bunny’s Tale. Pubblicato in due puntate nel 1963 sulla rivista Show, era frutto della sua esperienza da infiltrata al Playboy Club. Per mesi aveva lavorato come coniglietta, con lo pseudonimo di Marie Catherine Ochs, nel tempio di Hugh Hefner, scoprendo come le ragazze subissero ogni tipo di umiliazione fisica e morale.




L’articolo originale Sei cose per cui dobbiamo ringraziare Gloria Steinem lo potete trovare al seguente Link