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Riccardo Scamarcio vince come miglior attore Orizzonti a Venezia: «Dedico questo premio a tutti i papà del mondo. Da quando è nata mia figlia ho capito cosa vuol dire amare qualcuno al di là di te»

Postato da il 12 Settembre 2026

Un «wow», e grande emozione. Riccardo Scamarcio ha ricevuto il Premio Orizzonti per la miglior interpretazione maschile dell’83esima Mostra del Cinema di Venezia. Lo vince per I figli della scimmia di Tommaso Landucci, un film che ha voluto anche come produttore, e nel quale interpreta Dario, padre di un bambino con una grave disabilità.

«Wow. Sono davvero emozionato di ricevere questo premio, è un onore. Ringrazio tutte le persone che hanno creduto in questo progetto», dice sul palco. «Voglio dedicare questo premio a tutti i papà del mondo, e quindi anche al mio. E a mia mamma. E voglio dire che condivido questo premio con un giovane attore – Andrea Aggio al suo debutto, che nel film interpreta mio figlio, abbiamo vinto».

La giuria Orizzonti, presieduta da Valérie Donzelli, ha premiato anche la sceneggiatura firmata da Landucci con Damiano Femfert: un doppio riconoscimento che consacra l’opera prima di uno dei registi italiani più attesi, già autore del documentario Caveman – Il gigante nascosto. In sala dal 17 settembre con Medusa, I figli della scimmia prende il titolo da una favola di Esopo – la scimmia che ama e nutre solo uno dei suoi due cuccioli – e la ribalta. Non è il figlio a essere preferito, è il padre a essere diviso. Dario dedica ogni cura al piccolo Enrico, il figlio reale; ma quando accompagna il nipote adolescente Giacomo (Tancredi Naldini), figlio del fratello interpretato da Fausto Russo Alesi, alle gare di motocross, riconosce in lui il figlio ideale che non ha mai avuto. Nelle note di regia Landucci racconta un tabù silenzioso: prima del dolore per la disabilità, molti genitori vivono il lutto per «l’altro figlio», quello immaginato durante l’attesa.

Scamarcio, che nei giorni della presentazione ha ricevuto otto minuti di applausi in Sala Darsena, ha insistito sul fatto che il film non si esaurisce nel racconto della disabilità. «È più un film sulla genitorialità, sulla paternità e sulla famiglia in genere. È quasi un’educazione sentimentale di un padre», ha spiegato all’Ansa. E poi ha aggiunto: «Sono partito dall’idea di un personaggio che non riesce a decifrare le proprie emozioni». Il copione lo ha convinto perché «eludeva i cliché, i colpi di scena, i turning point».




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