Jane Fonda: «La lista nera a Hollywood esiste ancora, è una tattica. Ai tempi del Vietnam ricevevo minacce di morte. Ho odiato girare Barbarella, ogni volta che lo rivedo mi copro gli occhi»
Postato da Redazione Radio WOW il 4 Settembre 2026
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E come ci si sente?«Non bene. Ci sono state minacce di morte, irruzioni nelle nostre case».«Non per me. Io ho avuto la mia vita e lui non può farmi niente. Non ho paura. Ma questo non vale per tutti, per questo motivo incoraggio le persone a unirsi al movimento. Ho creato il Comitato per il primo emendamento un anno fa. C’era negli ’40 e ’50 ai tempi del maccartismo e della caccia alle streghe, mio padre ne faceva parte. E oggi abbiamo migliaia di membri».«Sempre più persone lo fanno, e sa perché? Le loro vite sono a rischio perché l’intelligenza artificiale può togliergli il lavoro, può togliergli tutto. Le cose stanno cambiando negli Stati Uniti, sia i repubblicani sia i democratici non vogliono i data center nelle proprie comunità, non vogliono che i leader si approfittino della miseria e della crudeltà, non gli va bene come vengono tratti gli immigrati».«Sì, molta. Ma la speranza è diversa dall’ottimismo».«L’ottimismo è un muscolo. E il motivo per cui riesco a essere piena di speranza è che sto dando il cento per cento, tutto quello che ho, per cercare di rimettere le cose a posto. E così sono in contatto con persone che fanno lo stesso. Le aiuto a farsi eleggere. Ho il Jane Fonda Climate PAC (comitato di azione politica focalizzato sul clima,«È troppo presto, non sappiamo cosa succederà. Però sto guardando Ossoff, lo trovo interessante. E poi ci sono i giovani, Justin Pearson per esempio. C’è una donna, Peggy Flanagan, indigena, Ojibwe, del Minnesota: entrerà al Senato. Immagini se avessimo senatori che si chiedono: la decisione che prendo oggi come influirà sulle sette generazioni che verranno? Invece vanno per trimestri».«Opporsi alla fusione (Paramount-Warner, ndr) significa opporsi a Trump. Non è efficace, adesso, prendersela direttamente con lui: bisogna colpire quello che sta cercando di fare. Come tutti gli autoritari, la prima cosa che attacca è l’industria dell’intrattenimento, perché noi siamo i narratori. Possiamo raccontare storie che mostrano che esiste un’altra strada, creare empatia che attraversa le differenze, dare voce a chi non ne ha, denudare il re. E i comici in particolare: gli autoritari non possono stare in una stanza con un comico, perché si reggono sul trasmettere un senso di ineluttabilità: io sono qui e non c’è niente che tu possa fare. Poi arriva qualcuno che gli sfila il tappeto da sotto i piedi. Il coraggio è contagioso».
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