15/18 (A Place to Heal), il film di Venezia su un reparto di pedopsichiatria. Il regista Cédric Kahn: «La malattia mentale non deve più essere un tabù, per fortuna tra i giovani se ne parla»
Postato da Redazione Radio WOW il 4 Settembre 2026

A dirigere il film è Cédric Kahn, uno che l’etichetta di autore la rifiuta da trent’anni. Ha girato il thriller nero e la favola per bambini, il film di processo e il dramma familiare, spiazzando ogni volta chi lo aveva appena catalogato. Viene dal montaggio: ha imparato il mestiere lavorando su Sotto il sole di Satana di Pialat, e quella scuola gli è rimasta addosso, la verità cercata a forza di riprese, l’attore logorato finché ogni finzione sparisce. Il caso Goldman era tutto in un’aula di tribunale. La Prière stava in una comunità di recupero, con dei ragazzi che provavano a rimettersi in piedi. Il reparto di 15/18 è un altro spazio chiuso in cui Kahn mette delle persone e aspetta il punto in cui si rompono. «Ho dedicato tutti i miei film a persone in crisi», dice a Venezia. «Sono arrivato a un’età in cui posso fare soltanto cose che per me sono importanti».
Prima della sceneggiatura c’è stato l’ospedale vero. La co-sceneggiatrice Kahina Le Querrec ci è rimasta sei mesi. «Abbiamo assistito a delle sedute nelle sezioni di pedopsichiatria, in un’immersione totale con il personale sanitario e con i ragazzi», racconta. «È così che ci siamo concentrati sull’argomento, come se fosse una scultura che prendeva forma. Poi è arrivato il reale». I personaggi vengono da lì, da storie ascoltate. «Non una storia soltanto, ma tante storie», dice Kahn. «Questa comunità della sofferenza che agisce all’unisono è diventata il filo conduttore». C’è stato un momento in cui la materia rischiava di prendere il sopravvento. «Eravamo quasi schiacciati dall’argomento. Abbiamo avuto bisogno di molto tatto e molta umiltà».
All’inizio doveva essere un film sulla psichiatria degli adulti. «C’è voluto tempo per maturare l’idea di lavorare con i giovani», spiega il regista. La scelta ha a che fare con quello che di questa materia si può ancora dire. «La cosa importante è che se ne parli e che non sia più un argomento tabù o nascosto. È una storia che può succedere in qualsiasi famiglia.» La frase a cui tiene di più è quella dello psichiatra, la stessa che apre il film: qui non ci sono matti.
Il modo in cui è girato somiglia a quello che racconta. Tre macchine da presa insieme, così i ragazzi possono parlarsi sopra senza pensare ai raccordi, e molte riprese di ogni scena, per battere tutte le strade. «Cédric sapeva cosa voleva nei dettagli, ma ci lasciava fiducia. È un modo raro di lavorare», dice Malou Khebizi. Charles Templon, che viene dal teatro, riconosce il metodo e il suo rovescio: «Lavora molto sulla ripetizione. Poi però c’è il concreto, il pragmatico: toglie qualsiasi teatralità. A quel punto la scena è integrata nel nostro corpo». Sophie Guillemin, che Kahn aveva lanciato ventenne ne La noia, quasi trent’anni fa, e che qui torna a lavorare con lui, riporta tutto al casting: «Gli si illuminano gli occhi quando fa il casting. Questi ragazzi hanno personalità ed energie forti e diverse, e le hanno fatte confluire nell’interpretazione». Per Zoé Monpart, alla prima esperienza, la libertà è stata anche quella di sbagliare.
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