Giuseppe Mastromatteo, che racconta in un libro la schizofrenia di sua sorella: «Mia madre non è andata a ritirare per anni la pensione di invalidità di Gabriella. Significava rendere pubblica una condizione che lei faticava ad accettare»
Postato da Redazione Radio WOW il 14 Settembre 2026

Per raccontare Euforia. Fotografia come terapia (Mimesis edizioni), il nuovo libro di Giuseppe Mastromatteo, Presidente e Chief Creative Officer dell’agenzia di comunicazione Ogilvy Italia e fotografo, bisogna tornare indietro di oltre 50 anni. Più precisamente, agli anni Settanta, quando Gabriella, la sorella dell’artista, è una ragazza adolescente e nella sua vita cominciano a comparire comportamenti, paure e stati d’animo che la famiglia non sa ancora nominare.
Ha 15 anni quando iniziano i ricoveri e gli accertamenti. Nelle cartelle cliniche si parla prima di inibizione, di ideazione delirante, di difficoltà relazionali. Si racconta di un episodio traumatico vissuto a scuola intorno ai 10 anni, di un progressivo isolamento, di una ragazza che fatica a stare in relazione con gli altri. Nel settembre del 1975 compare finalmente una diagnosi compatibile con una schizofrenia di tipo ebefrenico.
Ma tra i primi segnali e quella parola passeranno anni. E in quegli anni ci sono ricoveri, terapie, contenzioni, elettroshock, tentativi diversi di comprendere e gestire una malattia ancora poco conosciuta. C’è anche una famiglia che, come molte famiglie dell’epoca, fatica a trovare le parole.
«Negli anni Settanta, la malattia mentale era spesso accompagnata da paura, stigma e impreparazione», osserva lo psichiatra Corrado De Rosa, che nel libro dialoga con l’autore. «Quando non si riesce a dare un nome a quello che sta accadendo, anche la famiglia può trovarsi a costruire spiegazioni provvisorie, a volte dolorose».
La storia di Gabriella è anche la storia di Giuseppe, che all’epoca è un bambino. Per proteggerlo, i genitori decidono di mandarlo in collegio. È una separazione che nasce da un gesto d’amore, ma che lascia una ferita. «È quello che definirei un atto d’amore tragico», spiega De Rosa. «Perché protezione e trauma possono nascere dallo stesso gesto senza contraddirsi».
Giuseppe cresce lontano da quella parte della famiglia proprio mentre la malattia di Gabriella entra sempre più profondamente nella vita domestica. Per lui, però, non esiste ancora un racconto capace di spiegare cosa stia succedendo. Esiste il silenzio. E il silenzio, nelle famiglie, non è mai davvero vuoto: «È un pieno negativo che struttura ugualmente le relazioni», dice De Rosa. Ci sono cose che non vengono dette, ma che si percepiscono nei gesti, nelle tensioni, negli argomenti evitati. E soprattutto c’è il rischio che un bambino, lasciato senza spiegazioni, costruisca da solo una spiegazione del dolore. «Quando mancano le parole adeguate all’età», continua De Rosa «un bambino può arrivare a sentirsi in qualche modo responsabile di ciò che è accaduto».
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