Paola, caregiver della figlia: «Non esistono protocolli di cura chiari e si pretende che le madri si facciano carico completamente della situazione»
Postato da Redazione Radio WOW il 6 Settembre 2026
«Quando i medici mi vedono danno per scontato che di mia figlia debba occuparmi esclusivamente io. Possibilmente senza lamentarmi. Ma non ho le competenze né gli strumenti necessari e soprattutto, anche se cerco di tenere duro, non ce la faccio più». A parlare così è Paola, madre di una ragazza ventenne con disturbo borderline della personalità che da 6 anni circa vive un calvario lontano, almeno per il momento, dalla sua risoluzione.
Tutto è iniziato nel 2020, quando Cecilia (nome di fantasia) ha cominciato a manifestare alcuni segnali di malessere e a compiere i primi gesti autolesionisti. Era il periodo del Covid, lei era adolescente ed era lecito pensare che fosse una, seppur grave, fase di passaggio.
Così però non è stato e da quei giorni nulla è migliorato, anzi, la discesa è stata inarrestabile. «Cecilia è stata ricoverata in molti centri di salute mentale (CSM) quando era minorenne, e anche se estremamente difficile e straziante a quell’epoca la situazione poteva quasi dirsi sotto controllo», spiega Paola.
Al compimento dei 18 anni però il quadro è cambiato e si è fatto molto più cupo, perché ad aggravare una situazione clinica già pesantissima ci si è messo anche il Dipartimento di salute mentale (DSM), la struttura pubblica del Servizio Sanitario Nazionale, che gestisce la rete dei servizi per la salute mentale, non in grado di supportare quanto dovrebbe i pazienti psichiatrici.
Una giovane vita scandita dai ricoveri
La vita di Cecilia non è scandita, come sarebbe giusto, dalle esperienze tipiche di una giovane donna che si divide tra studio, primi lavori, amori e orizzonti di vita ampissimi, ma da ricoveri, visite mediche e terapie spesso a carico della famiglia (che riceve un aiuto statale inferiore alle reali necessità) e poco risolutive a causa della mancanza di protocolli di cura precisi e condivisi a livello nazionale. «Viviamo in Calabria ma in questi anni siamo state ovunque: dal Lazio alla Sicilia, fino al Piemonte». A volte i ricoveri sono durati pochi giorni, altri mesi, ma la situazione non è mai migliorata. In molti casi la ragazza, che secondariamente ha anche sviluppato un disturbo del comportamento alimentare, è stata rispedita a casa perché ritenuta difficile da gestire. «Ma se non riescono a prendersene cura loro come posso farlo io?», si chiede Paola.
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