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Il disastro climatico del 26 agosto in Nepal è uno dei peggiori del decennio

Postato da il 1 Settembre 2026

Il 26 agosto la montagna, surriscaldata e ferita, ha ceduto all’improvviso: un ghiacciaio sul versante nord del Langtang Lirung è collassato, rilasciando l’energia di un sisma, travolgendo città, villaggi, infrastrutture, l’unica strada sul confine tra Nepal e Cina, uccidendo centinaia, forse migliaia di persone, in una zona affollata da turisti e pellegrini. Uno dei disastri climatici peggiori di questo decennio, antipasto dell’instabilità futura. Se fossimo in grado di leggere i segni del mondo e usarli per metterci al sicuro, il 26 agosto sarebbe il giorno in cui finalmente capiamo e, dopo aver capito, agiamo, cambiando l’ordine delle priorità: non esistono né futuro né prosperità su un Pianeta in cui le montagne una mattina si comportano come il Langtang Lirung. Non esiste nessuna sfida urgente quanto quella del clima. Le prime notizie avevano parlato di un terremoto, ma era stata la frana a causare l’energia sismica, non un terremoto a causare la frana. È come se tutto quello che sappiamo della forma fisica del mondo andasse aggiornato a un Pianeta più caldo. Il cambiamento climatico non sta soltanto modificando il tempo atmosferico, sta alterando la meccanica delle montagne. Non illudiamoci che siano storie lontane: nel 2025 è successo al villaggio di Blatten, Svizzera, cancellato dal ghiacciaio di Birch. Era stato evacuato, ma nessuna evacuazione sarebbe stata possibile in Nepal: la colata di ghiaccio e roccia viaggiava a 50 metri al secondo, ha alzato onde di nove metri, si muoveva come cemento liquido, ha detto un geologo. Non è scientifico, ma potremmo dire che la montagna si è rivoltata come un mostro antico, ferito e infuriato. Sono 50 anni che le vette dell’Hindu Kush Himalaya, linea lunga 3.500 chilometri che va dall’Afghanistan al Nepal, vengono prese a frustate dal clima. Oggi si stanno riscaldando al triplo della media globale: ghiaccio e caldo è una delle combinazioni più pericolose che esistano. Come ha scritto il climatologo Zeke Hausfather, il caldo non fa crollare le montagne, ma fonde il ghiaccio che sostiene i versanti, fa penetrare l’acqua di fusione nelle fratture della roccia, degrada il permafrost, cioè il collante che tiene insieme le pareti. Il caldo causato dalla combustione di idrocarburi destabilizza le montagne e le montagne destabilizzate a un certo punto si comportano come il 26 agosto. Non sapevamo dove, se in un punto affollato o vuoto, né quando, perché il crollo di un ghiacciaio è un mix di geometria, geologia e sfortuna. Ma sapevamo che sarebbe successo. E sappiamo che accadrà di nuovo. In Asia ci sono 63 mila ghiacciai, sulle Alpi 4.395, in Italia 900. Uno di questi, la Marmolada, con una meccanica diversa ma premesse simili, crollò su un gruppo di escursionisti in un’altra estate calda, nel 2022, dimostrando quanto è pericoloso vivere, viaggiare e sognare sotto ghiacciai che fondono. Per stabilire l’attribuzione esatta di quanto successo tra Nepal e Cina serviranno anni. Anni che non abbiamo, e il contesto lo conosciamo ormai bene: l’aumento delle temperature, con le sue conseguenze presenti e future, non può essere eliminato, ma può essere mitigato, in alcuni casi anche rapidamente. Abbiamo tutte le informazioni che ci servono per cambiare, il primo passo è capire che questi non sono più disastri naturali, ma disastri umani.

Questo articolo è pubblicato sul numero 37 di Vanity Fair in edicola fino all’8 settembre.

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L’articolo originale Il disastro climatico del 26 agosto in Nepal è uno dei peggiori del decennio lo potete trovare al seguente Link