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George Clooney: «Io candidato come presidente Usa? Lascio spazio ai più giovani. Non mi fido dei governi sulla gestione dell’Intelligenza Artificiale»

Postato da il 4 Settembre 2026

«Gli uomini più ricchi possiedono i mezzi che usiamo per informarci: Facebook, Google e così via», dice, guardando all’intelligenza artificiale non solo come strumento creativo, ma come infrastruttura attraverso cui passeranno sempre più informazioni. E porta un esempio personale: ha visto circolare video generati dall’AI in cui sembra parlare con Barack Obama di cose mai accadute. Per qualcuno è uno scherzo. Ma cosa succede quando lo stesso strumento viene utilizzato per far credere che una persona stia annunciando il lancio di una bomba nucleare?

«Quando ero piccolo credevamo che tutto quello che leggevamo fosse vero. Credevamo alle fonti. Adesso chiediamo alle persone di non fidarsi». Il problema, secondo Clooney, è che l’intelligenza artificiale rischia di modificare non solo lo storytelling, ma anche «il giudizio che abbiamo sulle persone». L’immagine di un attore, la voce di un cantante, il volto di un politico: se tutto può essere ricreato, quanto diventa difficile distinguere ciò che è successo da ciò che è stato costruito? E soprattutto, quanto tempo passerà prima che smettiamo di chiederci se una cosa è vera?

Clooney non pensa però che la risposta possa essere semplicemente il rifiuto. Non crede che smettere di lavorare con le grandi piattaforme tecnologiche, Amazon, Facebook o Google per esempio, sia una soluzione realistica. «Non serve categorizzare tutto come buono o cattivo». Il problema è che riconosciamo il pericolo e continuiamo comunque a utilizzare gli strumenti che lo producono. «C’è troppo spazio per l’errore ancora», dice. «E in questo spazio sta il pericolo».

Tornatore: «Se avessi girato Nuovo Cinema Paradiso con l’AI senza farlo sapere a nessuno, le persone si sarebbero emozionate ugualmente»

Sorprendentemente anche per il regista di Nuovo Cinema Paradiso, Giuseppe Tornatore, l’AI è uno strumento da comprendere. La sua riflessione parte da un’idea che coltiva da anni: il linguaggio delle immagini cinematografiche sta progressivamente conquistando la stessa libertà che appartiene alla scrittura.

Chi vuole scrivere un libro, ricorda, può farlo senza avere necessariamente un contratto con un editore. Può scrivere, chiudere il file, metterlo in un cassetto. Il cinema, invece, ha sempre avuto bisogno di una macchina complessa e costosa. «La tecnologia sta portando il cinema alla stessa attitudine della scrittura». Oggi, almeno in parte, si può fare un film a casa, davanti a un computer, e poi andare a cercare qualcuno disposto a finanziarlo.




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