Emanuele Maria Di Stefano: «Il protagonista della Città dei vivi non è una persona, nemmeno un fatto di cronaca: è il dolore. E una vulnerabilità comune a molti ragazzi»
Postato da Redazione Radio WOW il 1 Settembre 2026

Lei c’è già stato, alla Mostra.«Con La scuola cattolica«Non li trovo noiosi, ma di sicuro strani, disturbanti. Però ci stanno, fanno parte del gioco».«Non ricordo se in concomitanza del secondo o del terzo film: Il filo invisibile oppure Siccità. Subito dopo il liceo scientifico, il Virgilio di Roma, nel momento in cui avrei dovuto scegliere che cosa fare della mia vita, si è aperta una porta, poi una seconda, una terza, e a quel punto ho detto: ok, forse è la strada che devo seguire».«Non avevo proprio sogni».«All’ultimo anno di liceo ero un ragazzo un po’ disastrato, sono entrato nella classica crisi esistenziale degli adolescenti. Non penso di essere stato più incasinato dell’80 per cento dei miei coetanei, però all’epoca, esagerando, reputavo i miei problemi molto forti. Ne ho parlato con un’amica, Sofia Iacuitto, che anche lei è un’attrice: mi ha suggerito di andare a fare teatro».«Alla TNT Company, dove poi ho studiato per sei anni. È stato terapeutico».«Da bambino ho casualmente girato un corto con un regista amico di mia madre, Renato Chiocca: mi ero divertito. Ho partecipato anche a qualche recita alle medie, situazioni così».«La casting ha scritto alle scuole di Roma, compresa la mia. Gli insegnanti ci hanno invitato a rispondere. Tre provini e sono stato preso».«Felicità. Credo che aver iniziato a bomba con un film dopo l’altro li abbia tranquillizzati: se mi fossi arenato, avrebbero scalpitato di più».«Mio padre ha un’azienda agricola, mia madre è project manager e la mia seconda mamma, che è la compagna di papà, lavora in un gruppo finanziario».«Quello dell’attore è il mio primo in assoluto. Non ho un passato da sportivo e non ho alle spalle i classici lavoretti da gavetta».«Un centinaio tra self-tape e vis-à-vis».
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