Giovanni Veronesi: «I miei genitori non mi hanno insegnato a vivere ma, grazie a loro, ho imparato a morire. Con Dio Ride porto al cinema la forza della risata, che spaventa i potenti. Quando litigo con la mia compagna è sempre colpa mia, sono un po’ incazzoso»
Postato da Redazione Radio WOW il 9 Settembre 2026

Ha detto che uno dei regali dei suoi genitori è stato lasciarla libero di sbagliare. Che altro le hanno insegnato?«Sa, mio fratello Sandro fa lo scrittore, è un intellettuale, una persona molto profonda. Quando i nostri genitori sono morti, a sei mesi di distanza l’uno dall’altra, falciati dal cancro, ci siamo guardati e ci siamo chiesti: che cosa ci hanno insegnato? A vivere? No, perché siamo andati via di casa molto presto e abbiamo imparato da soli. Però li abbiamo accompagnati fino alla fine, e a un certo punto ci siamo detti che ci avevano insegnato a morire. Nessuno ti insegna a morire quanto i tuoi genitori o le persone che ti stanno accanto. Capisci che c’è una soglia di dignità sotto la quale non bisogna andare, quanto sia importante sorridere finché si può e raccogliere intorno a te tutto ciò che hai seminato nella vita: i figli, i nipoti, le persone care. Io adesso so morire. Non ho più paura delle parole “chemioterapia”, “cancro”».«Ero molto rompicoglioni, perché avevo l’ansia di riuscire a fare questo mestiere. Ero impaurito e quindi scontroso, burbero, abbastanza incazzoso. Forse è anche per questo che sono diventato amico di Francesco: lui era l’opposto, molto socievole e aperto. Quando abbiamo cominciato a lavorare insieme, certe cose sono venute bene proprio da quella contrapposizione. Oggi sono rimasto un po’ incazzoso, ma è un residuo di pena che devo scontare per il carattere che avevo da giovane. In realtà non vorrei più arrabbiarmi. Poi non ce la faccio e mi arrabbio lo stesso».«Sì, sì. Sono un po’ incazzoso, ma in realtà non lo sono più davvero. Sono come quelle stelle che continuano a brillare pur essendo morte».«Li guardo perché ho nipoti e amici attori molto giovani. A me i giovani sono sempre piaciuti e, da quando non lo sono più, ho cominciato a osservarli in modo completamente diverso. Mi piacciono sempre, anche quando stanno lì ad annullarsi davanti ai videogiochi. Penso che stiano facendo il loro percorso. Bisogna soltanto stare attenti che non si facciano male, che non si infilino in buchi neri, proteggendoli un po’ da lontano. La vita di un ragazzo deve essere piena soprattutto di sogni, non di responsabilità e problemi. Il fatto che non si arrivi a fine mese non deve riguardarli. I ragazzi vivono in sette in una stanza, quando vanno all’estero non gliene frega nulla di avere due bagni o una camera tutta per sé. Devono sognare. Se togli i sogni, se dai troppe responsabilità, bruci la loro vita, bruci la giovinezza. È un sacrilegio».
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