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John Malkovich: «Non voglio andare in pensione, continuerò a fare quello che amo». E Martin McDonagh: «Sappiamo molto del KGB, ma mettiamo troppo poco in discussione la CIA»

Postato da il 3 Settembre 2026

Malkovich racconta di aver scelto il progetto come sceglie sempre: «Come tutti gli attori, scelgo in base a ciò che non ho ancora fatto. Questo è un po’ il mio punto di partenza. In questo caso è stata una decisione molto facile, perché mi è sembrato da subito un copione scritto meravigliosamente». Aveva già letto altro di McDonagh, ma per impegni precedenti non era mai riuscito a lavorare con lui. «Quando mi è arrivata questa sceneggiatura ho deciso che l’avrei fatta assolutamente. E per fortuna non c’era niente che me lo impedisse».

A convincerlo è stato anche il rapporto tra i due personaggi: «Mi è piaciuto il fatto che fossero due mascalzoni che non hanno veramente idea di far parte di quello di cui fanno parte e che si trovano in un contesto di democrazia destabilizzata. Credo che sia un film con un grande senso dell’umorismo, che affronta con grande ironia due eventi terribili e riesce a farlo con grazia, intelligenza e anche con un certo senso di giustizia». Rockwell parte da un’altra direzione, citando i gangster movie e quei ruoli che si muovono dentro sistemi di potere più grandi di loro, rivelando le contraddizioni dall’interno, non perché Wild Horse Nine sia un gangster movie, ma perché il meccanismo è lo stesso.

Martin McDonagh

Daniele Venturelli

Il cuore politico del film passa soprattutto da McDonagh. «Sono sempre stato interessato alla verità su quello che hanno fatto gli agenti della CIA negli ultimi decenni», dice. «La Baia dei Porci, il Guatemala e molte altre cose. Penso che sia qualcosa di cui non si è parlato abbastanza. Sappiamo molto del KGB, ma non mettiamo in discussione la CIA quanto dovremmo». Sul suo cinema in generale: «Quando si parla dell’autorità, io cerco sempre di metterla in discussione. Lo faccio sempre nei miei film».




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