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Rientrano in Italia gli studenti italiani bloccati a Dubai, Martina: «Stiamo bene, ma abbiamo paura. Non siamo abituati a vivere queste cose sulla nostra pelle, è surreale. Vogliamo solo tornare a casa»

Postato da il 3 Marzo 2026

Come sta? Come sta vivendo queste ore?«È un po’ dura. Siamo molto provati, più mentalmente che fisicamente. È soprattutto uno stress psicologico forte, anche perché comunque siamo tutti molto giovani. Io sono del 2008, ma ci sono anche ragazzi ancora più piccoli di me, c’è perfino una ragazza del 2011. Fortunatamente abbiamo legato tantissimo tra di noi. C’è molta fratellanza, ci aiutiamo molto: quando vediamo che qualcuno è in difficoltà cerchiamo di consolarlo. Io sono la prima a essere aiutata spesso».«Eravamo alla cerimonia di chiusura del progetto. Durante l’evento alcuni di noi, guardando i telefoni, hanno iniziato a dire: “Ragazzi, hanno bombardato l’Iran, c’è il rischio che non partiamo”. Eravamo spaventati e cercavamo tutti di capire cosa stesse succedendo. Alla fine della cerimonia il dirigente dell’agenzia ha preso la parola e ci ha comunicato che, per motivi di sicurezza, non potevamo partire per ritornare in Italia perché i voli erano stati annullati. È così che abbiamo scoperto esattamente cosa stava succedendo».«Eravamo un po’ come divisi in due gruppi: chi aveva già capito la gravità della situazione e piangeva pensando di non poter rivedere la famiglia, e chi inizialmente non aveva dato troppo peso alla cosa, perché la notizia era stata comunicata con toni tranquilli. Pensavamo di partire al massimo il giorno dopo. Poi abbiamo capito che la situazione era più seria».«Incredulità. Mi sembrava impossibile. Missili, droni, allarmi bomba… noi occidentali non siamo abituati a vivere queste cose sulla nostra pelle. Quando abbiamo capito che il conflitto ci toccava, anche se indirettamente, è stato difficile da metabolizzare».«Sì, diversi. Gli Emirati Arabi hanno un sistema di allerta molto efficace: l’allarme suona in tutto in Paese, indipendentemente da dove si trovi l’emergenza. Il primo è arrivato intorno all’una di notte di sabato. Eravamo ancora svegli, per fortuna, perché sarebbe stato ancora più traumatico se stessimo già dormendo».«Ci avevano detto di andare in bagno e coprire le fessure con gli asciugamani e di stare lontano dalle finestre. Ma la nostra camera era tutta vetrata e non ci sentivamo al sicuro. Allora siamo scesi nella hall dell’hotel. Quella notte è stata la più dura perché poi ci è arrivato un secondo allarme, e alla fine con i tutor che ci stanno accompagnando abbiamo dormito nella hall. Lì ci siamo sentiti tutti più sicuri».




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