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Molestie su una tredicenne, Cristina Carelli di Donne in Rete contro la violenza: «Una narrazione concentrata su collaborazione, ravvedimento o scuse dell’uomo rischia di rendere marginale la persona che ha subito la violenza e la sua sofferenza»

Postato da il 2 Settembre 2026

«L’ennesima, ordinaria storia di banalizzazione della violenza». Inizia con queste parole il comunicato che D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza ha pubblicato a seguito del caso da ieri nelle cronache. Una ragazzina di 13 anni ha subito abusi in un minimarket di Madonna di Campagna alla periferia di Torino. Era andata a comprare delle bibite per i fratelli, non lontano dalla sua abitazione. Un commesso 42enne l’ha molestata toccandole il seno. Arrestato dopo la denuncia dei genitori della ragazza, dopo due giorni è uscito solo con l’obbligo di firma. «Avevo bevuto due tequila, ho sbagliato», ha detto l’uomo ai microfoni del Tg3 Piemonte.

«Ho sbagliato, non ho mai commesso reati. È la prima volta che mi succede e sono molto dispiaciuto per l’accaduto. Non succederà mai più nulla del genere», ha detto durante l’udienza. Il gip ha deciso per l’obbligo di firma trovando l’uomo «collaborativo», con segni di «pentimento». Il termini riportato dalle cronache è resipiscènza, per il vocabolario Treccani, significa rinsavire e ravvedersi, riconoscendo l’errore in cui si è caduti, tornando al retto operare. «Nel diritto penale la r. del colpevole ha efficacia esimente o attenuante sulla punizione del reato, per considerazioni fondate sia su motivi di giustizia (minore entità dell’offesa al diritto) sia su ragioni sintomatiche (minore capacità a delinquere)».

«Ero disgustata, avevo la nausea, così ho chiamato subito la mia mamma. Dallo choc non riuscivo più a muovermi. Ho chiamato un amico perché mi venisse a prendere. Abbiamo fatto una piccola passeggiata, per tranquillizzarmi, e siamo tornati a casa» ha raccontato invece la ragazza.

L’associazione spiega che nel caso della ragazza di 13 anni si ritrova lo stesso approccio della sentenza di assoluzione degli schermidori, o davanti al femminicidio di una donna che aveva denunciato tre volte e, dopo un tentativo di strangolamento, aveva visto l’uomo oggetto di un ammonimento del questore. «Sul controllo da parte del ministero, chiediamo: a che cosa serve, senza che ancora oggi si sappia come verrà implementata la fondamentale formazione obbligatoria per i magistrati? Non possiamo davvero più accettare che la vita delle donne sia in mano a persone che non conoscono – e non riconoscono – la violenza maschile».

«Esprimiamo profonda preoccupazione per il caso di violenza sessuale ai danni di una ragazza di 13 anni e, in particolare, per le motivazioni riportate nel provvedimento con cui non è stata confermata la misura del fermo nei confronti dell’uomo» dice Cristina Carelli, presidente D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza. «Particolarmente allarmante è attribuire alle scuse dell’uomo un significato che possa concorrere a ridimensionare la valutazione dell’accaduto. La richiesta di scuse, se utilizzata per rappresentare l’episodio come un comportamento del quale sarebbe sufficiente riconoscere a posteriori l’inopportunità, rischia di testimoniare proprio la superficialità con cui la violenza viene agita, normalizzata e minimizzata».




L’articolo originale Molestie su una tredicenne, Cristina Carelli di Donne in Rete contro la violenza: «Una narrazione concentrata su collaborazione, ravvedimento o scuse dell’uomo rischia di rendere marginale la persona che ha subito la violenza e la sua sofferenza» lo potete trovare al seguente Link