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Ligabue ha bisogno di un documentario che gli renda giustizia

Postato da il 4 Settembre 2026

Luciano, prima di tutto, viene da dire prima perfino della storia in sé. Il nuovo documentario Sky su Luciano Ligabue – un’ora scarsa in onda il 4 settembre in prima serata su Sky Documentaries, in streaming su NOW e disponibile on demand – ha come pretesto il concerto con cui il cantautore emiliano, lo scorso maggio, ha inaugurato l’Arena Milano Santa Giulia, privilegio che ha scolpito un’altra volta il suo nome nella storia della musica dal vivo (non fosse che ha frequentato e tuttora frequenta location ben più capienti e simboliche, Campovolo su tutte, ma tant’è). La formula di per sé è abbastanza lineare, si passa da qualche classico live direttamente da quel concerto – con riprese sul pubblico spesso generose e indicative – a un racconto più personale portato avanti da Ligabue in un’intervista registrata proprio a ridosso del live, più qua e là qualche filmato di repertorio – pochi, comunque – a cercare di fare un po’ di contesto, per citarlo, su come-cosa-chi.

Risultato: poca sostanza, pochi spunti soprattutto. Appena piacevole per passare un’oretta insieme al protagonista, il focus esasperato sul presente di Ligabue – dunque il ritorno da vecchio saggio che però non sa stare sul piedistallo ai concerti – e i ritmi comunque rapidissimi, allergici a ogni sorta di approfondimento, lo rendono poco più che un grande spot pubblicitario del tour dei trent’anni di Certe notti (che nelle prossime settimane si chiuderà nei palasport, metti che fosse davvero questo il motivo dietro tutto, ecco, ne prendiamo atto). Davvero rari gli squarci su qualcosa d’inedito e che in ogni caso possa dare un senso alla faccenda, forse giusto i ricordi d’infanzia – da cui viene fuori un Ligabue campagnolo e diffidente, esordito già nostalgico, allergico alla fama con cui pure, si vede, non ha sempre avuto un bel rapporto, ma parliamone – e il film cult Radiofreccia (1998), che resta un piccolo miracolo se non altro perché ci si approcciò totalmente vergine di regia e sceneggiatura. E poi il rapporto con il figlio Lenny, da poco suo batterista a tempo pieno, forse l’unico momento davvero emotivo e privato del tutto, che per ragioni di tempistiche non era finito nel precedente È andata così, una serie a puntate – la trovate su RaiPlay – in cui nel 2021 si era raccontato all’amico Stefano Accorsi.

Vuoi per il formato, quella era stata da un lato ben documentata e dall’altro, è chiaro, spezzettata, di per sé lasciando spazio per un eventuale, grande documentario sulla storia di Ligabue, partendo, sì, dalle due – e pur ben riuscite – autobiografie che ha scritto. Il punto lo sfiora lui stesso – come tutto, appena di striscio – in Luciano, prima di tutto: dall’esordio fulminante nel 1990 al grande successo di Certe notti nel 1995, quello che l’ha fatto salire nell’Olimpo dei grandissimi, Ligabue ha sempre fatto una fatica immane a raccontarsi al di fuori delle canzoni, a scalfire quella lastra di ghiaccio (o di riservatezza) che a lungo l’ha ammantato, lasciando parlare le canzoni, a volte i libri, sforzandosi comunque di raccontarsi. Non è mai stato costruito un vero e proprio Mito di Ligabue, ma stavolta sul piatto c’è un documentarietto degno di quegli artisti – e sono tanti – che al secondo disco se ne escono con un girato di poco conto, giusto per far parlare di sé, tanto la storia non c’è.

Qui no, qui la storia c’è e – mi perdoni il paragone, ma c’è stato un decennio almeno in cui i due si battevano il dominio assoluto del paese-Italia, quindi – vale tranquillamente una struttura tipo Il Supervissuto di Vasco Rossi, serie divisa in capitoli su tutte le vite del Blasco, o almeno una sorta di vero documentario ampio, cronologico, extralarge. Certo, quella di Ligabue non è una vicenda da Supervissuto, ma i grandi sceneggiatori sanno trovare tesori proprio là dove si tratta di trasformare un limite in un’opportunità: Ligabue è sempre stato un rocker e mai una rockstar, ok, ma è proprio questo suo essere normale e antidivo – un qualcosa che condivide con Max Pezzali, i loro testi sono infatti coevi nel raccontare la provincia da cui, per scelta, non se ne sono mai andati – a renderlo speciale, a far sì che in tanti si siano rivisti in lui. E a rendere, soprattutto, speciali tante tappe del suo percorso, che siano il primo concerto a San Siro (1997) o il grande azzardo di Campovolo (era il 2005, poi diventerà un’abitudine), come l’impresa eccezionale di una persona qualsiasi che quella mattina è uscita dalla sua casa, in profonda provincia, e la sera ha stabilito l’allora record di paganti in Italia. E poi, a volerne parlare, ci sarebbero anche il divorzio, il rapporto difficile con il successo e la propria immagine, la crisi del 1993 e quella del 2019, con gli stadi mezzi vuoti che avevano fatto pensare a una fine annunciata, salvo tornare appunto in cima adesso. Anche e soprattutto le sconfitte, più difficili (o più facili) da metabolizzare quando si è così normali.




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