Dave Eggers: «Ora che ho chiuso il cerchio»
Postato da Redazione Radio WOW il 28 Ottobre 2022
Con The Every Dave Eggers, che ho incontrato per la prima volta nel 2012 mentre facevo la stagista presso McSweeney’s (la casa editrice indipendente che ha fondato nel 1998), prosegue il racconto iniziato con il suo best seller del 2013, Il Cerchio. Nel nuovo romanzo – un thriller distopico costellato di incontri assurdi e satira e terrore – il colosso dei social media, Il Cerchio, si è fuso con un sito di e-commerce che domina il pianeta dando vita al ricchissimo monopolio che si chiama The Every. In linea con i temi trattati, un anno fa l’autore aveva deciso che negli Stati Uniti l’edizione del libro con copertina rigida non poteva essere acquistata subito su Amazon, ma per alcune settimane solo ordinata direttamente da McSweeney’s o visitando la propria libreria indipendente di fiducia.
Aggirare Amazon: non è la prima volta. Non era già successo nel 2002 con Conoscerete la nostra velocità?
«Confermo. All’epoca però è stato molto difficile. Credo che avessimo uno staff di due persone soltanto. Adesso siamo in cinque. Siamo quasi in esubero. Cinque contro 1,3 milioni di dipendenti Amazon, era una sfida accettabile».
Alcune scene del suo libro mi hanno provocato una grande ansia, in particolare, essendo una persona che soffre di insonnia, quella dei tubi-letto con la voce di Judi Dench che ti
costringe a un sonno tranquillo.
«Perché soffre di insonnia? È una cosa nuova?».
Va e viene. Credo che il mio attaccamento agli schermi non aiuti. Mi sono ridotta a infilare lo smartphone in un vaso di ceramica da cui è molto complicato tirarlo fuori.
«Be’, soffermiamoci un attimo su questo punto. I dispositivi ci tengono sicuramente svegli – anch’io ne faccio un grande uso – e quindi non dormiamo abbastanza, così poi dobbiamo inventarci dei nuovi strumenti che ci aiutino a dormire e a misurare il nostro sonno, rovinato in primo luogo proprio da quei dispositivi.
È un circolo vizioso di cui cerco di sottolineare l’assurdità. L’altro aspetto assurdo è che tutte le macchine che oggi misurano il sonno, in realtà non possono farlo. Non sanno se stiamo dormendo, piuttosto rilevano se ci muoviamo. Misurano la frequenza cardiaca. Non possono entrare nel nostro cervello e sapere se stiamo sognando o cose del genere. Eppure noi ci illudiamo sempre che riescano a darci delle certezze. In un certo senso è una nuova versione della truffa dell’olio di serpente, la falsa promessa dei dati e delle metriche ci attira nello stesso modo in cui un centinaio di anni fa ci attirava una cura miracolosa: fate questo e sarete più intelligenti, più amabili e avrete più successo nel lavoro».
Qual è stato il processo di ricerca per The Every, considerata la sua scarsa frequentazione di Twitter e Instagram o di qualsiasi altra app presente su uno smartphone?
«In effetti in casa nostra c’è solo uno smartphone che condivido con il resto della famiglia. Non lo uso molto, ma posso prenderlo e so come funziona. Credo che quando si scrive narrativa la ricerca vada condotta in modo cauto e misurato. Se mi comportassi da giornalista e cercassi di approfondire l’argomento se andassi a visitare un campus tecnologico e intervistassi le persone, scriverei un libro completamente diverso. Quando scrivo devo mantenere un po’ di distanza e immaginare ciò che potrebbe
accadere in seguito, devo creare un universo indipendente, contrapposto a uno troppo ancorato alla realtà».
C’è un capitolo, il XVIII (Come leggere questo testo), che parla della creazione di romanzi e altre opere d’arte guidata dai dati e fissa a 539 – proprio quelle di The Every – il limite massimo di pagine ideale. Si tratta di valutazioni fantasiose oppure verificate?
«Penso che sia solo una piccola estrapolazione di tendenze già in atto. Se le aziende tecnologiche diventano proprietarie degli studios, è logico aspettarsi una crescente diffusione del pensiero algoritmico nella realizzazione dei film. Attraverso gli e-book o altri sistemi, le stesse aziende sono in grado di misurare esattamente quando le persone smettono di leggere o guardare qualcosa. Perché hanno interrotto la visione di quel film di Bruce Willis? Perché si è fatto la barba nel secondo tempo? C’è sempre questo interesse a misurare il non misurabile: che cosa rende un libro un buon libro? Perché è piaciuto quel film? Pensiamo di trovare le risposte attraverso i numeri. Ma ovviamente non è così. Nel frattempo, questo falso senso di certezza continuerà a erodere e, spesso, a distruggere molta buona arte, perché ci fidiamo più dei numeri che delle parole».
Nelle ultime pagine uno dei personaggi si domanda se sia più efficace combattere il sistema dall’esterno o cercare di creare un cambiamento strutturale dal suo interno. Credo che il libro sottolinei quanto sia difficile fare l’una o l’altra cosa, specie quando si ha a che fare con un monopolio. Qual è il suo punto di vista in merito?
«Penso che nel mondo reale i monopoli esistenti vadano in una sola direzione. Difficile immaginare che il mega manager di uno dei cinque maggiori entri nella sala riunioni e dica: “Sapete una cosa? Dovremmo rallentare, tracciare meno e accumulare meno dati sulle persone”. Il profitto sta nell’aumentare la raccolta, i dati, le informazioni, la condivisione e la trasparenza. Quindi, si può andare solo in quella direzione. Non so se il cambiamento sia possibile dall’interno dell’azienda. Penso sia possibile se noi, come individui, operiamo delle scelte. Per esempio, bisognerebbe domandarsi se sia ancora giustificato avere un account Facebook, dopo i danni che il social network ha causato alla nostra democrazia e alle altre democrazie, o sapendo che uno tra i post più condivisi dell’anno passato diffondeva disinformazione sul Covid e probabilmente è costato molte vite umane. Se a livello individuale riusciamo a opporci sia ad Amazon sia a Facebook, possiamo tentare di conservare una certa pluralità nei mercati, compreso quello digitale, e sostenere i gruppi più piccoli».
L’articolo originale Dave Eggers: «Ora che ho chiuso il cerchio» lo potete trovare al seguente Link