Inizia la scuola, per il formatore Alessandro de Concini «pensare di imparare delegando il lavoro all’AI è come inviare un robot in palestra e pretendere che ti crescano i muscoli»
Postato da Redazione Radio WOW il 13 Settembre 2026

Se sono così in tanti a cercare approfondimenti sul metodo di studio, significa che c’è un vuoto da colmare. Davvero siamo così indietro? «Il problema è a monte: in Italia c’è poca cultura dell’evidence-based. Tipicamente si sente dire che ogni studente o studentessa ha il compito di trovare il proprio metodo di studio. Mi permetto di dire che è scorretto ed è uno scarico di responsabilità. La scienza dell’apprendimento efficace non ha nulla di intuitivo e se ne dovrebbe occupare chi insegna e chi costruisce i programmi scolastici. Perché no, non è vero che ognuno ha il suo modo di imparare e no, non possiamo aspettarci che siano ragazzi di 12, 14 anni a capire da soli come si studia, attraverso prove ed errori. Il risultato sono frustrazioni, pianti e difficoltà».
«Il punto è questo: è vero che ogni individuo è unico, ma è vero anche che le nostre strutture cognitive funzionano in un certo modo. Nell’atletica si è scoperto che saltando all’indietro, alla Fosbury, si va più in alto: nessuno si sognerebbe mai di dire che ciascuno salta a modo suo, perché è una questione di biomeccanica del corpo». Lo stesso principio, continua, vale per l’apprendimento efficace: le scienze cognitive indicano alcune regole comuni, da tradurre in tecniche che ogni studente può calibrare sulle proprie esigenze. Con un metodo solido «i risultati sono molto più soddisfacenti, in termini di profitto ma soprattutto di apprendimento».
«Lo sforzo è l’unità di misura dell’apprendimento»
Ed è in questo clima di scarsa consapevolezza che irrompe, come uno tsunami, l’intelligenza artificiale. Un’AI che ormai è ovunque, da WhatsApp fino ai personal shopper e alle mail riassunte da Copilot, ma che proprio in ambito scolastico è accolta da un aperto scetticismo. Complici anche gli studi – come quello del MIT Media Lab, successivamente ridimensionato dalla comunità scientifica – che si domandano se stiamo delegando le nostre facoltà cognitive ai modelli di AI.
«ChatGPT ci spegne il cervello? Dipende. Ci si può porre la stessa domanda anche per il Bignami che riassume il libro, se invece di studiare lo leggiucchi e tenti di prendere 6», continua De Concini. «Lo sforzo è l’unità di misura dell’apprendimento. Ma, mancando l’AI literacy, studenti e studentesse sono lasciati a briglia sciolta: hanno un bottone che fa i compiti al posto loro, e lo premono. Non abbiamo bisogno degli studi del MIT per sapere che le scorciatoie impoveriscono l’apprendimento. A spegnere il cervello non è l’intelligenza artificiale, ma il suo uso passivo, inconsapevole e non regolato».
Come studiare (bene) con l’AI, dalla conversazione socratica agli esercizi su misura
Per fare capire che l’uso consapevole dell’intelligenza artificiale è più di uno slogan, De Concini sciorina una serie di esempi. Come un modello del sistema solare, costruito con gli studenti di un liceo scientifico, che pone domande e, in caso di errore, offre indizi invece di fornire subito la soluzione. Oppure la cosiddetta conversazione socratica in cui il modello di AI interroga lo studente, valuta la sua risposta e gli suggerisce come integrarla.
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