Adriano Giannini: «Interpreto un sopravvissuto a un campo di concentramento argentino, è stata l’esperienza artistica più importante. Con Bechis sono stato nei luoghi della tortura»
Postato da Redazione Radio WOW il 11 Settembre 2026

Per Adriano Giannini non è solo il ruolo di una vita: «Prima di essere l’esperienza artistica più importante che ho avuto, è stata un’esperienza umana, grazie a questo segreto intimo. Questa fusione con Marco e con gli altri è stata la cosa più importante». Marco è Marco Bechis, il regista di Ritorno a Buenos Aires, in concorso a Venezia 83 alla Mostra del cinema di Venezia, e il ruolo è quello di un uomo che è stato sequestrato durante la dittatura argentina e torna a Buenos Aires molti anni dopo a testimoniare contro i suoi carcerieri. La prova di Giannini è tra quelle su cui al Lido si è concentrata l’attenzione, quella che punta alla Coppa Volpi.
Mariano Guerra fa il medico al pronto soccorso di Torino. Nel 2008, dopo trentatré anni in Italia, torna in Argentina per testimoniare al processo contro i militari che lo hanno sequestrato, torturato e reso schiavo. Insieme ad altri sopravvissuti viene ospitato negli alloggi del Ministero della Giustizia, ritrova chi ha condiviso la prigionia, aspetta il giorno della deposizione. Bechis quella prigionia la conosce bene. Fu sequestrato anche lui, a Buenos Aires, e nel 1999 ne fece Garage Olimpo, il film sul funzionamento burocratico di un centro di detenzione nel cuore della città. «Di centri come quello ce ne sono stati più di trecento a Buenos Aires. La tecnica argentina è stata diversa da quella cilena, che ha rinchiuso tutti in uno stadio creando clamore internazionale. Per evitare quel clamore hanno ideato microcentri disseminati nella città, di cui non si sapeva l’esistenza. Uno di quei ragazzi che abbiamo visto in quel film è Mariano, che da lì è uscito dopo due anni e due mesi».
È un film politico, civile, e lo è due volte, perché la storia che racconta si è scontrata con l’Argentina di oggi. In Argentina non si è potuto girare. Lo dice Ana Celentano, che interpreta una sopravvissuta chiamata a deporre. Con Milei non ci sono più coproduzioni, «stiamo attraversando un momento molto complesso, con un presidente che sta devastando la nostra cultura». Le scene del passato sono state girate in Brasile, a Porto Alegre, con attori brasiliani che recitavano in portoghese mentre lei componeva «una montonera argentina degli anni Settanta con compagni che non mi capivano». Bechis, in conferenza stampa, ha ricordato i processi dell’85, i primi contro i militari, con i colpevoli poi tornati liberi, e la riapertura sotto Kirchner, che ha portato a 1500 condanne all’ergastolo. «Qualunque giovane argentino sa che sono stati commessi dei crimini. Questo in Cile non è successo. Pinochet è morto a casa sua, Videla in prigione. C’è una memoria storica che sopravviverà a questo governo».
L’esperienza unica di cui parla Giannini ha una scena che la spiega meglio di qualunque definizione. Lui e Verónica Gerez devono arrivare davanti all’ingresso del Garage Olimpo, il luogo della detenzione, fermarsi, guardare, entrare insieme. Il primo ciak non funziona. «Non funzionava niente. E io vedevo che stavano già preparando il carrello per il secondo ciak». Bechis gli si avvicina poco prima del motore e gli dice una cosa sola. «Io quando ero lì mi ricordo che i carcerieri avevano dei passi molto lunghi». E se ne va. «Mancavano sei secondi. Ho pensato ai passi. Ho pensato a Pippo Baudo, che faceva dei passi molto ampi. Chiaramente Pippo Baudo non mi serviva in quel momento, però da Pippo Baudo sono passato a un film di Paul Newman in cui è detenuto, evade e cammina con le catene ai piedi. Parte il ciak, e nel film c’è quella camminata». Gerez, dietro di lui, si è messa a piangere. Bechis non voleva dirgli come muoversi, «però avevo in mente i passi dei kapò nei campi di concentramento nazisti, passi accelerati di urgenza senza sapere dove vanno», quelli de Il figlio di Saul. «Volevo che parlasse col corpo e non con le parole».
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