Emma Bonino e le figlie affidatarie Aurora e Rugiada: « Il mio desiderio di maternità si è esaudito così. Mi hanno fatto sentire buona, utile, necessaria. Poi arrivò il distacco e fu dolorosissimo»
Postato da Redazione Radio WOW il 11 Settembre 2026
«Mi chiamavano mamma in modo naturale e io ne ero felice»
Non si trattò di un’adozione, ma di un affido concordato e comunicato al presidente del Tribunale per i minorenni. Le due bambine erano molto piccole quando entrarono nella vita di Bonino e, durante gli anni trascorsi insieme, arrivarono a chiamarla in modo naturale «mamma», cosa che la rendeva felice. Un’immagine che racconta bene il rapporto particolare che la leader del partito radicale ebbe con Aurora e Rugiada e che, molti anni dopo, ricordò davanti a Francesca Fagnani, nel corso dell’intervista a «Belve».
Emma Bonino, che non si sposò e non ebbe figli biologici, aveva spiegato di non aver mai scelto la maternità tradizionale, di non essersi mai sentita pronta a pronunciare quel «per sempre» che, secondo lei, lega un genitore a un figlio. «In una relazione con un adulto si può divorziare, il rapporto con un figlio è per sempre. E io non ho mai avuto il coraggio di dirmi o darmi questo “per sempre”», aveva spiegato.
Una decisione maturata anche dopo l’esperienza dell’aborto, vissuta nel 1974, quando aveva 27 anni ed era legata sentimentalmente a Marcello Crivellini. Rimasta incinta, maturò la decisione di abortire. Un momento, vissuto nell’ombra di un Paese nel quale l’interruzione volontaria di gravidanza era ancora un reato, come avrebbe raccontato anni dopo in un’intervista al settimanale Gente. «Non usavo contraccettivi perché mi avevano detto che ero sterile. È chiaro che non era così! Non mi sentivo pronta allora, come non mi sono mai sentita in tutta la mia vita, di stipulare con un essere umano un contratto che fosse definitivo, per sempre». «È stata l’esperienza più sconvolgente della mia vita. Soprattutto per l’umiliazione che provavo nel dover chiedere aiuto alle amiche. Allucinante bussare alla porta di un medico di Firenze che era un perfetto sconosciuto mettendo la mia vita nelle sue mani. Mentre ero sul treno che mi riportava a Milano, continuavo a chiedermi perché, nel portare avanti la scelta dell’aborto, dovevo comportarmi come una ladra. Così ho cominciato ad aiutare tutte le donne in difficoltà».
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